I (usually) don’t like italian rock

Di solito, odio la musica rock italiana. Insomma togliete quelle più o meno poche eccezioni che tutti conosciamo: che so, i Negazione, CCCP, i primi Skiantos, alcune cose dei Marlene Kuntz, qualche disco sixties e garage – punk, poi non so’ più bene cos’altro. Tutto il resto finisce nella mia lista nera, che quindi include tutti i gruppi famosi e famosissimi che (volontariamente) non ho citato.
Discorso che non vale per la romana Giulia Villari; sarà che me l’hanno presentata in modo “confidenziale”, oppure conterà la mia predilezione per le cantantesse donne cui lei si ispira (PJ Harvey su tutte), ma le canzoni di questa ragazza mi hanno molto colpito, sia dal vivo che registrate. Più ancora delle canzoni, ben scritte, ben suonate e benissimo cantate, mi ha sorpreso però qualcos’altro. L’attitudine. Quando ascolto rock italiano, ho quasi sempre l’impressione che l’artista con quei pezzi abbia già dato il meglio di se e non possa proprio andare oltre. Con Giulia no, mi è parso che le cose che ho sentito siano solo l’embrione di quello che potrebbe essere in grado di fare, se la sua ricerca evolve nella direzione giusta.
Pezzi come “Teach me your love” e “November”, per quanto siano derivativi, e secondo alcuni degli ascoltatori a cui li ho sottoposti anche “già sentiti” o addirittura “banali”, per me sono semplicemente molto belli, pieni, tirati, appassionati.
Sono interessanti anche in acustico, aspetto non scontato (senza rumore è sempre più difficile fare colpo), e se suonano simili a PJ Harvey o Ani Di Franco non mi pare poi un grande problema: avercene di rocker italiane che somigliano a loro. Insomma, non mi resta che mettermi qui ad aspettare che Giulia tiri fuori qualcosa di appena un filino più personale, per gridare al miracolo italiano. Sentendo la sua produzione passata, spero che non dovremo aspettare molto.

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